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Gustaf Klercken, impiegato di banca finlandese, scende dal vaporetto sul lago
di Lugano con un solo proposito: trovare un letto dove morire in pace. Da anni
quella voce implacabile – un'anima malata in un corpo malato – lo insegue
attraverso gli uffici, i sanatori alpini, le gallerie e le necropoli d'Italia.
Klercken ha sciolto uno a uno i legami con la vita: il lavoro, la moglie, i
figli, la patria. Ora, nella luce mite del Ticino, attende la Morte come si
attende una promessa. Ma, a Lugano, Klercken incontra una donna dalla camicia
russa, dagli occhi che sembrano contenere tutto il dolore e tutta la vitalità
del mondo. E qualcosa, dentro di lui, comincia lentamente a vacillare.
Pubblicato nel 1893, I förbund med döden è il romanzo più audace di
Karl August Tavaststjerna (1860-1898), voce di punta della letteratura
finnosvedese di fine Ottocento. Concepito nell'effluvio culturale del cenacolo
berlinese del Zum schwarzen Ferkel – dove si incrociavano Edvard Munch,
August Strindberg e Ola Hansson – il libro segna la rottura dell'autore con il
naturalismo degli esordi per abbracciare le inquietudini del decadentismo
europeo: la tanatofilia, il mesmerismo, la crisi dell'io maschile davanti a una
femminilità sovrana e misteriosa. Un romanzo che dialoga sotterraneamente con
La morte a Venezia di Thomas Mann e con l'À rebours di Huysmans, e
che oggi può essere letto come uno degli esempi più riusciti di prosa decadente
nell'intera area scandinava.
La traduzione di Luca Taglianetti – accompagnata da una postfazione che ne
ricostruisce il contesto biografico, letterario e culturale – restituisce
finalmente al lettore italiano un'opera rimasta a lungo nell'ombra: la
confessione di un'anima che ha imparato a guardare in faccia la morte, e in
quello sguardo ha ritrovato, suo malgrado, il senso della vita. |